CHI SONO

ABOUT ELARA TRACE

Spesso le persone notano come dipingo prima di scoprire perché. Ma la mia storia è iniziata molto prima che i miei piedi toccassero una tela.

Sono cresciuta guardando mia madre e mia nonna dipingere. L’arte faceva parte della quotidianità e ho imparato presto che il colore poteva esprimere ciò che le parole non riuscivano a raggiungere. Con il tempo, questa consapevolezza è diventata più personale. Esperienze di cui non sempre sapevo parlare hanno iniziato a influenzare il mio modo di vedere le cose e, infine, di dipingere.

Per molto tempo ho desiderato creare, ma cercavo un linguaggio che sentissi mio. Ricevevo spesso complimenti per i miei piedi, una cosa che mi faceva sorridere. Un giorno, una semplice domanda mi è rimasta in testa: cosa succederebbe se li usassi per dipingere?

Da quella curiosità è nata Elara Trace.

Oggi creo principalmente con i piedi, affiancandoli ai pennelli, alle mani e, a volte, ad altre parti del corpo. Ognuno mi permette di avvicinarmi alla tela in modo diverso: stendere il colore, costruire la materia o sviluppare un piccolo dettaglio. Scelgo il gesto in base a ciò di cui il quadro ha bisogno.

Alcuni di questi gesti arrivano da una parte inattesa della mia vita. Ho praticato qualche mese di pre-pugilistica e provato alcune lezioni di kickboxing. Ricordo la concentrazione prima di un colpo, lo spostamento dell’equilibrio, il momento in cui si libera l’energia. Quelle sensazioni hanno poi trovato spazio nei miei dipinti.

In alcune opere colpisco la tela con i piedi immersi nel colore, attraverso movimenti ispirati alla kickboxing. In altre utilizzo anche i guantoni da boxe. Posso scegliere dove colpire e quanta forza usare, ma non prevedere completamente la traccia che seguirà. Un impatto dura una frazione di secondo; ciò che lascia può cambiare l’intero quadro.

Questa imprevedibilità è soltanto una parte del mio processo. Costruisco anche strati, mi allontano, aspetto e ritorno. Osservo con attenzione ciò che è accaduto e decido come proseguire. A volte un segno ha bisogno di essere sviluppato. Altre volte, la decisione più difficile è lasciarlo intatto.

Alcune opere conservano impronte riconoscibili. In altre, il gesto diventa colore e materia. Voglio che il dipinto finito offra qualcosa che vada oltre la curiosità per la tecnica: qualcosa a cui tornare, scoprendolo diversamente nel tempo.

Anche la musica appartiene a questo processo. Amo cantare fin da bambina e a volte canto mentre dipingo. La voce cambia il ritmo dei miei movimenti, portando nell’opera un’altra parte di me.

Non spiego tutto ciò che lascio su una tela. A volte lo comprendo soltanto dopo. E chi guarda il quadro finito può scoprirvi qualcosa che io non avevo visto.

Mi emoziona pensare che un gesto nato nel mio atelier possa entrare nella casa di qualcuno, nella sua quotidianità, nella sua storia.

Ogni artista lascia una firma. Io scelgo di lasciare una traccia.

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Spesso le persone notano come dipingo prima di scoprire perché. Ma la mia storia è iniziata molto prima che i miei piedi toccassero una tela.

Sono cresciuta guardando mia madre e mia nonna dipingere. L’arte faceva parte della quotidianità e ho imparato presto che il colore poteva esprimere ciò che le parole non riuscivano a raggiungere. Con il tempo, questa consapevolezza è diventata più personale. Esperienze di cui non sempre sapevo parlare hanno iniziato a influenzare il mio modo di vedere le cose e, infine, di dipingere.

Per molto tempo ho desiderato creare, ma cercavo un linguaggio che sentissi mio. Ricevevo spesso complimenti per i miei piedi, una cosa che mi faceva sorridere. Un giorno, una semplice domanda mi è rimasta in testa: cosa succederebbe se li usassi per dipingere?

Da quella curiosità è nata Elara Trace.

Oggi creo principalmente con i piedi, affiancandoli ai pennelli, alle mani e, a volte, ad altre parti del corpo. Ognuno mi permette di avvicinarmi alla tela in modo diverso: stendere il colore, costruire la materia o sviluppare un piccolo dettaglio. Scelgo il gesto in base a ciò di cui il quadro ha bisogno.

Alcuni di questi gesti arrivano da una parte inattesa della mia vita. Ho praticato qualche mese di pre-pugilistica e provato alcune lezioni di kickboxing. Ricordo la concentrazione prima di un colpo, lo spostamento dell’equilibrio, il momento in cui si libera l’energia. Quelle sensazioni hanno poi trovato spazio nei miei dipinti.

In alcune opere colpisco la tela con i piedi immersi nel colore, attraverso movimenti ispirati alla kickboxing. In altre utilizzo anche i guantoni da boxe. Posso scegliere dove colpire e quanta forza usare, ma non prevedere completamente la traccia che seguirà. Un impatto dura una frazione di secondo; ciò che lascia può cambiare l’intero quadro.

Questa imprevedibilità è soltanto una parte del mio processo. Costruisco anche strati, mi allontano, aspetto e ritorno. Osservo con attenzione ciò che è accaduto e decido come proseguire. A volte un segno ha bisogno di essere sviluppato. Altre volte, la decisione più difficile è lasciarlo intatto.

Alcune opere conservano impronte riconoscibili. In altre, il gesto diventa colore e materia. Voglio che il dipinto finito offra qualcosa che vada oltre la curiosità per la tecnica: qualcosa a cui tornare, scoprendolo diversamente nel tempo.

Anche la musica appartiene a questo processo. Amo cantare fin da bambina e a volte canto mentre dipingo. La voce cambia il ritmo dei miei movimenti, portando nell’opera un’altra parte di me.

Non spiego tutto ciò che lascio su una tela. A volte lo comprendo soltanto dopo. E chi guarda il quadro finito può scoprirvi qualcosa che io non avevo visto.

Mi emoziona pensare che un gesto nato nel mio atelier possa entrare nella casa di qualcuno, nella sua quotidianità, nella sua storia.

Ogni artista lascia una firma. Io scelgo di lasciare una traccia.

Elara Trace

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