LA STORIA DI THE FIRST TRACE

The First Trace — Elara occupa un posto davvero speciale nella mia storia, perché è stata la prima opera che ho riconosciuto come un vero inizio ufficiale. Anche se, in realtà, non è il primissimo quadro che abbia mai realizzato, è il primo che ho sentito come una dichiarazione. Il primo che mi ha dato la sensazione di un autentico approdo. Il primo che mi ha detto, con discrezione ma con chiarezza, che questa strada era reale.

È stata anche la prima volta in cui ho lasciato un’impronta dorata all’interno dell’opera, quasi come una firma prima ancora della firma. Un segno che non era soltanto visivo, ma profondamente personale. In quel momento non stavo più semplicemente dipingendo. Stavo lasciando qualcosa di me. Una traccia, una presenza, l’inizio di un linguaggio che sarebbe diventato il mio.

Considero quest’opera un piccolo capolavoro, non per vanità, ma per amore. Alcuni lavori sono importanti per come appaiono, altri per ciò che risvegliano dentro di noi. Questo, per me, è quasi come un figlio, nel suo senso più simbolico, perché custodisce l’emozione, la tenerezza e l’intensità di un primo vero inizio. Mi riporta esattamente a quel momento in cui qualcosa di ancora fragile è diventato significativo.

Per questo The First Trace — Elara resta per me così prezioso. È più di un’opera. È il momento in cui l’istinto è diventato identità. Il momento in cui un esperimento è diventato una direzione. Il momento in cui ho capito che ogni cammino comincia da una prima traccia, e che a volte è proprio l’impronta più piccola a custodire il significato più profondo.

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